L’Istituto Friedman esprime la propria ferma opposizione all’introduzione dell’“Evasometro”, il nuovo strumento annunciato dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Entrate per contrastare l’evasione fiscale. Persino il nome è ridicolo. Riteniamo che questo meccanismo, già di per sé intrinsecamente immorale e persecutorio, rappresenti un’ulteriore violazione dei principi di libertà individuale e di rispetto della privacy dei cittadini italiani.

in foto Alessandro Bertoldi (a sinistra) ed Ezio Stellato
Il solo nome, “Evasometro”, evoca un approccio Orwelliano, suggerendo un controllo capillare e indiscriminato sulla vita economica di ogni contribuente, trasformando ogni cittadino in un sospetto a priori. Questo strumento, basato su algoritmi che incrociano dati personali e finanziari, non solo mina la già scarsa fiducia tra Stato e individuo, ma introduce un sistema di sorveglianza di massa che travalica i limiti di una giusta proporzione tra lotta all’evasione e tutela dei diritti fondamentali. Uno Stato alla frutta quello che si riduce a utilizzare questi mezzucci, poiché incapace di generare sviluppo, riducendo la già immorale pressione fiscale che affligge cittadini e imprese.
L’immoralità dell’Evasometro risiede nella sua presunzione di colpevolezza: ogni scostamento tra redditi dichiarati e spese sostenute diventa un potenziale capo d’accusa, invertendo l’onere della prova e costringendo il contribuente a giustificare ogni aspetto della propria esistenza. Questo approccio non solo lede la dignità personale, ma erode il principio cardine dello Stato di diritto secondo cui nessuno può essere considerato colpevole senza un processo equo.
L’Istituto Friedman denuncia inoltre l’ipocrisia di un sistema che, mentre impone ai cittadini un controllo asfissiante, non affronta con pari determinazione le inefficienze e gli sprechi della macchina pubblica, che dissipano le risorse raccolte con le tasse. La vera lotta all’evasione dovrebbe basarsi su semplificazione normativa, riduzione della pressione fiscale e incentivi alla compliance, come già sperimentato, non su strumenti oppressivi che trattano i contribuenti come sudditi da monitorare.
Chiediamo al Governo e alle istituzioni competenti di riconsiderare l’adozione di questo strumento, optando per politiche fiscali che rispettino la libertà e la responsabilità individuale, anziché perpetuare un modello di controllo autoritario, moralmente inaccettabile in uno dei Paesi più tassati al mondo. L’Italia per quanto vissuto merita un fisco low profile, uno Stato minimo e non di certo un Grande Fratello tributario.”
Così Alessandro Bertoldi, Direttore esecutivo Istituto Milton Friedman Institute.